italia - 17/07/2017
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In memoria vivorum: la morte e il morire a Roma di Nicola Criniti

In memoria vivorum:
la morte e il morire a Roma

Nicola Criniti


"Ager Veleias",12.13 (2017) [www.veleia.it]



«Passante, quello che tu sei, anche io lo sono stato: quello che io sono, (lo sarete) tutti». È un memento mori spesso inquietante e molto diffuso, quasi uno stereotipo nella cultura mediterranea: dalla Palestina ellenistica, all'Italia medievale/rinascimentale, ai cimiteri europei post-napoleonici, agli epitaffi funerari occidentali otto-novecenteschi.
Nessuno «ha potere sul giorno della morte»: come lasciò scritto Cicerone, «è sicuro che dobbiamo morire, ma non sappiamo se in questo stesso giorno». Anche se costa 'fatica', dunque, finché ti è concesso – dum licet – vivi pienamente il tuo tempo giorno dopo giorno ... La morte, del resto, avrà il senso che le abbiamo dato con il nostro vivere quotidiano.
È la Mors stessa che, tirandoci in modo deciso per le orecchie, lo suggerisce: «Vivete appieno, sto per venire». Le frequenti esortazioni iscritte al carpe diem di oraziana memoria, dal canto loro, sono l'atavica eredità mediterranea di un diffuso scetticismo e di una altrettanto diffusa incertezza sul destino dell'uomo dopo la morte: «Sono sicuro che non c'è domani!» si epigrafa a Roma, in età imperiale.
La sanzione peggiore, la scomparsa totale e radicale per l'uomo mediterraneo classico risulta, in fondo, non avere – assieme a un funus regolare e pubblico – la garanzia di non scomparire nel nulla. Unico sollievo, fors'anche speranza, è allora quello di essere ricordati dai sopravvissuti: la vita dei defunti in effetti, scrive ancora Cicerone, è affidata alla memoria dei vivi.


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